Poesie dalla Prigione – Mahvash Sabet, assieme ad altre sei eminenti personalità della comunità baha’i, è stata condannata a vent’anni di carcere per la sua appartenenza alla Fede Bahá’í, che da sempre è ingiustamente considerata dal regime iraniano “nemica dell’Islam”. Nei primi durissimi mesi passati nella cella 209 del carcere di massima sicurezza di Evin, scrive e riesce a far pervenire all’esterno, grazie ad alcuni intermediari, le poesie contenute in questo libro che pubblichiamo con testo a fronte nell’elegante grafia dell’originale farsi. Le poesie arrivano in Francia e raggiungono anche Bahiyyeh Nakhjavani, scrittrice di fama internazionale che in Italia ha pubblicato I viaggiatori dell’alba e La donna che leggeva troppo. La scrittrice ne fa una traduzione in inglese pubblicata a Oxford nel 2013, con il titolo Prison Poems, che riscuote molto successo. Nel 2014 questa antologia ottiene il riconoscimento di Pen International, un’organizzazione che dal 1921 promuove la letteratura, la libertà di espressione e il libero scambio del pensiero nelle nazioni e fra le nazioni. Il 10 novembre 2014 Alberto Manguel, l’eminente scrittore canadese di origine argentina, autore di libri divenuti dei classici, pubblica sul The Guardian una lettera aperta indirizzata alla poetessa. Lo scrittore dice di sentirsi «quasi impertinente a scrivere a una poetessa segregata dietro le sbarre per le sue parole e la sua fede». Cerca di consolarla dicendo che «qualunque cosa la società faccia a un poeta, le sue parole saranno sempre libere nella mente dei lettori e continueranno a portare alla luce nuove idee per indurre la mente a dialogare». I testi persiani sono arrivati nel 2014 anche nelle mani dei presenti traduttori, che ora li offrono ai lettori italiani nella loro lingua per onorare il coraggio di questa grande donna. ALTRE INIZIATIVE SIMILI:
«Poesie dalla prigione» di Mahvash Sabet è il volume che la comunità italiana Baha’i vuol far conoscere con serate di letture e musica. Un’occasione per ricordare come uno spirito libero può vincere la prigionia del corpo come è accaduto all’autrice iraniana, che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia e alla sua professione di insegnante, ma per il governo iraniano era colpevole di professare la Fede bahá’í e questa Fede, malgrado i suoi seguaci siano la più numerosa minoranza religiosa del paese, non è fra quelle riconosciute dalla Costituzione. Per questa ragione Mahvash nel marzo del 2008 è stata rinchiusa nel carcere di Evin, la famigerata prigione di massima sicurezza alla periferia di Teheran, dalla quale è uscita solo nel settembre del 2017. I Bahá’í non godono di nessun diritto e possono essere aggrediti e perseguitati impunemente. Eppure nonostante la grande ingiustizia di cui è stata vittima la poetessa è riuscita a trasformare una sventura in un’occasione per sostenere con accresciuta convinzione i propri nobili ideali. I traduttori Faezeh Mardani e Julio Savi , hanno diviso le poesie in capitoli “Mura”, “Diario”, “Ritratti”, “Preghiere”, “Pensieri”, “Speranze”, “Faribà”, “Altre dediche” e questa disposizione ci aiuta a seguire la poetessa nei diversi risvolti della sua condizione e della sua personalità. Le poesie di “Mura” raccontano opprimenti sensazioni ma nello stesso tempo spiegano come faccia una persona così sensibile e raffinata a resistere a quelle durissime prove. “Diario” ci porta quasi bruscamente fra quelle anguste mura. Vi incontriamo di tutto, giovani e vecchie, colpevoli e innocenti, tutte livellate dalle sofferenze di «quel doloroso limbo». Ma qui Mahvash, spesso assieme alla sua amata compagna Faribà Kamalabadi, in prigione per gli stessi suoi motivi, difende la «santità dell’uomo», cercando di ridare dignità a chi l’aveva perduta. “Ritratti” fa conoscere più intimamente alcune delle prigioniere, suscitando sentimenti di compassione e perfino di solidarietà per queste vittime in parte di pregiudizi sociali, in parte della propria sconsideratezza. “Preghiere” rispecchia la forza del cuore di questa donna oppressa, che dallo Spirito trae la forza necessaria per superare il «solitario estraniamento» della sua «vita capovolta».
Poesie dalla prigione 2016, pp. 330 Mahvash Sabet è stata condannata a vent’anni per la sua appartenenza alla religione bahá’í, che da sempre è considerata dal regime iraniano “nemica dell’Islam”. Nei primi, durissimi mesi passati nella cella 209 del carcere di massima sicurezza di Evin, a nord ovest di Teheran, scrive e riesce a far pervenire all’esterno grazie ad alcuni intermediari le poesie contenute in questo libro che pubblichiamo con testo a fronte nella straordinaria grafia dell’originale farsi. In parte la scrittura di Sabet «segue la scia dei mistici», come ci spiega la traduttrice Faezeh Mardani nel suo saggio critico, «ogni concetto assume connotati simbolici, le esperienze sono volutamente descritte in modo ambiguo e misterioso», talvolta invece «sceglie un linguaggio semplice e lineare, a tratti minimalista» tipico della ‘poesia nuova’ persiana. Poesie dalla prigione 2016, pp. 330 Mahvash Sabet è stata condannata a vent’anni per la sua appartenenza alla religione bahá’í, che da sempre è considerata dal regime iraniano “nemica dell’Islam”. Nei primi, durissimi mesi passati nella cella 209 del carcere di massima sicurezza di Evin, a nord ovest di Teheran, scrive e riesce a far pervenire all’esterno grazie ad alcuni intermediari le poesie contenute in questo libro che pubblichiamo con testo a fronte nella straordinaria grafia dell’originale farsi. In parte la scrittura di Sabet «segue la scia dei mistici», come ci spiega la traduttrice Faezeh Mardani nel suo saggio critico, «ogni concetto assume connotati simbolici, le esperienze sono volutamente descritte in modo ambiguo e misterioso», talvolta invece «sceglie un linguaggio semplice e lineare, a tratti minimalista» tipico della ‘poesia nuova’ persiana.
